27 luglio 2009

Sulla precarietà delle cose...

Dove lavoro io, abbiamo un "mezzo frigo" (nel senso che è poco più grande di un mini-frigo) vecchio di chissà quanti anni, ma ancora funzionante. Ci torna comodo per le piccole stronzate come la spesa da portare a casa, le bevande da tenere al fresco, il pranzo che alcuni si portano da casa.

Un giorno, passando davanti al frigo, noto un cartello con su scritto:

Attenzione: Aprire il frigo lentamente. Anta precaria.



Chiaramente dovevo vederci chiaro. Quindi apro lentamente il frigo... e per poco non mi azzoppo da sola con lo sportello! Altro che "anta precaria", era proprio rotta!

Nel dubbio, ho anche consultato uno o due dizionari (e pure il "sinonimi e contrari" di Alice) per vedere se nel significato di "precario" ci fosse anche il concetto di "rotto". Ma è come pensavo io: "precario" vuol dire qualcosa di traballante, instabile, non permanente... e non qualcosa di rotto, che come lo apri ti rimane in mano, qualcosa da aggiustare insomma.

Mi sa che è l'elevata percentuale di colleghi precari che abbiamo al lavoro ad influire in qualche modo sulle definizioni che loro stessi danno alle cose.

2 commenti:

  1. Ciao Barbara,
    come diceva Marcello D'Orta, "qui è tutto sgarruppato, e talvolta mi sento sgarruppato anche io" è proprio vero: l'ambiente in cui viviamo, le persone con cui abbiamo delle relazioni condizionano anche il nostro agire: non sono psicologo, o perlomeno non lo sono in senso professionale, ma mi piace analizzare, e analizzarmi per capire a volte come anch'io replico alcuni gesti delle persone che mi stanno vicino, spesso inconsciamente, anche se, poi, noto che mi lascio più 'condizionare' da chi ha un 'effetto positivo' su di me, piuttosto che da chi ha un effetto 'piatto' o negativo ...

    Tu che ne pensi? :-)

    BTW in anticipo ti lascio i migliori auguri di buone ferie!!

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  2. Sarei tentata di dirti che fa troppo caldo per rispondere a questo genere di domande...

    Però due considerazioni fammele fare...

    1) l'essere umano è e rimane fondamentalmente un essere "sociale" che ha bisogno (anche a livello inconscio) di stare in gruppo. Quindi il riprendere, imitare, adottare alcune cose delle persone che più ti stanno vicini è un modo per essere sicuri di venir accettati dal proprio "branco". Qualunque esso sia.

    2) la definizione di "effetto positivo" è comunque una definizione relativa. Quello che potrebbe essere "positivo" per te potrebbe non esserlo per tutt'altra persona, in tutt'altro contesto. E non è escluso che il concetto di "effetto positivo" sia comunque in qualche modo "trasmesso" dal resto del branco.

    Ri-leggere Desmond Morris? :)

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